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Consuma sobrio

Viviamo in un sistema che osanna la ricchezza come scopo di vita. A livello individuale le parole d'ordine sono carriera, eleganza, lusso. A livello di sistema l'imperativo è crescere, cre­scere, crescere. Non importa se la nostra ricchezza annua pro­capite supera i 24mila euro, se abbiamo un automobile ogni due persone, se perfino i bambini hanno un cellulare, se sof­friamo di tutti i mali tipici dell'eccesso di consumi. Contro ogni logica continuiamo a voler produrre di più e consumare di più è la follia spacciata per virtù.

Nel nostro delirio economicista siamo cresciuti con i para­occhi. Ci siamo abituati a dare importanza solo ai soldi e alla tecnologia. Ci siamo convinti che bastano questi due soli ele­menti per creare benessere. Ad un tratto ci siamo dimenticati della natura, della sua funzione insostituibile. Abbiamo dimen­ticato che per produrre qualsiasi oggetto abbiamo bisogno dei minerali che provengono dalle viscere della terra. Abbiamo dimenticato che il nostro cibo proviene dai campi. Abbiamo dimenticato che i nostri mobili e la nostra carta provengono dalle piante. Abbiamo dimenticato che la nostra corrente elet­trica proviene dal petrolio, un bene prezioso che la natura ha prodotto in milioni di anni. Abbiamo dimenticato che ogni tipo di consumo produce rifiuti che il pianeta deve digerire.

Un tempo, se chiedevi a un ragazzine da cosa dipende la nostra vita, ti avrebbe risposto che dipende dall'aria che respi­riamo, dall'acqua che beviamo, dal cibo che mangiamo, dalla pioggia e dal sole. Oggi ti risponde che dipende dai soldi. Il guaio è che rispondiamo così anche noi adulti, perché la cultu­ra del denaro si è impadronita della nostra mente e della nostra vita. Ma i nodi stanno venendo al pettine. Tempo fa, un vecchio capo indiano d'America aveva tentato di metterci in guardia: «Quando l'ultimo albero sarà stato abbattuto, l'ultimo fiume avvelenato, l'ultimo pesce pescato, vi accorgerete che non si può mangiare il denaro». Purtroppo non lo abbiamo ascoltato e la sua profezia si sta avverando.

La base biologica del pianeta, su cui poggia la nostra esi­stenza, si sta assottigliando di giorno in giorno. Da una ricerca pubblicata su Nature nel maggio 2003, risulta che negli oceani è rimasto solo il 10% dei grandi pesci esistenti nel 1950. Sono stati decimati perfino i merluzzi, un tempo così numerosi da rallentare le navi che transitavano nell'Atlantico del Nord.

Potremmo parlare delle foreste. Agli inizi del '900 la superfi­cie mondiale coperta a foresta era 5 miliardi di ha. Alla fine del secolo era 3 miliardi di ha con una perdita secca del 40%.

Potremmo parlare dei minerali, per certi versi messi peggio delle piante e dei pesci, perché hanno il difetto di essere risorse non rinnovabili esattamente come il petrolio che ha rivoluzio­nato il nostro stile di vita. Ci ha liberato dalla fatica dei campi, ci ha fornito i fertilizzanti, ci ha fornito la plastica, ci ha con­sentito di non andare più a piedi, ma soprattutto ci ha fornito l'energia elettrica per fare funzionare la nostra imponente mac­china industriale, per illuminare le case e le città, per azionare i nostri elettrodomestici. Ma questo prodotto, /che gli antichi avrebbero definito magico, oggi si sta trasformando in una ri­sorsa rara che porta guerre e calamità.

Come il petrolio, anche l'acqua sta diventando motivo di guerre. Le acque del Tigri e dell'Entrate, che hanno alimen­tato l'agricoltura per migliaia di anni in Turchia, Siria e Iraq, sono state la causa di grossi scontri fra i tre paesi. Entrambi i fiumi nascono in Turchia, la cui posizione ufficiale è: «L'acqua è nostra, quanto il petrolio iracheno è iracheno». In una certa misura la guerra tra israeliani e palestinesi è una guerra per l'ac­qua. Il fiume conteso è il Giordano, le cui acque sono utilizzate da Israele, Siria, Libano e Cisgiordania. Le grandi coltivazioni agricole di Israele necessitano dell'acqua del fiume, oltre che di quella freatica della Cisgiordania. Sebbene solo il 3% del letto del fiume Giordano si trovi in Israele, esso garantisce il 60% del suo fabbisogno di acqua.

L'acqua scarseggia ovunque perché ne abbiamo abusato e perché l'abbiamo contaminata con i nostri veleni. Dighe, bacini, sistemi di pompaggio delle acque sotterranee hanno permesso di triplicare l'approvvigionamento idrico mondiale rispetto al 1950, rifornendo città, industrie e aziende agricole in continua espansione. Oggi circa il 40% degli alimenti mondiali proviene da terreni irrigati che costituiscono il 18% di tutti i terreni agri­coli. Ma stiamo pagando un prezzo alto. Le falde si abbassano, i laghi si prosciugano e molti fiumi non riescono a raggiungere il mare per molti mesi dell'anno.

L'unico modo per preservare le risorse non rinnovabili o scarsamente rinnovabili è di convertirci alla sobrietà, ossia a uno stile di vita, personale e collettivo, più parsimonioso, più pulito, più lento, più inserito nei cicli naturali... Del resto la sobrietà è un imperativo di giustizia nei confronti dei tre mi­liardi di poveri assoluti che non riescono a soddisfare neanche i bisogni fondamentali. Non si può più parlare di giustizia senza tenere conto della sostenibilità e l'unico modo per coniugare equità e sostenibilità è che i ricchi si convertano alla sobrietà.

Quasi un secolo fa Gandhi scriveva: «II ricco possiede molte cose superflue, di cui non ha bisogno, che poi sciupa e spre­ca, mentre milioni di persone muoiono di fame perché non possono mangiare. Se ognuno si accontentasse di ciò di cui ha bisogno, non mancherebbe niente a nessuno. (...) La civiltà, nel vero senso della parola, non consiste nella moltiplicazio­ne dei bisogni, ma nella capacità di ridurli volontariamente, deliberatamente». Allora, ogni volta che stiamo per compra­re qualcosa chiediamoci se ne abbiamo davvero bisogno o se invece non stiamo cedendo alle pressioni della moda, della pubblicità, della competizione sociale. Chiediamoci anche se abbiamo fatto tutto il possibile per riparare ciò che abbiamo. Se poi giungiamo alla conclusione che quell'oggetto proprio ci serve, procediamo con calma. Soprattutto non precipitiamoci in negozio per comprarne uno nuovo. Prima facciamo un giro presso amici e parenti per accertarci che non abbiano qualcosa di usato che fa al caso nostro.

Un modo per renderci conto se compriamo come vogliamo noi o come vogliono i supermercati e la pubblicità è di tenere la contabilità della nostra spesa. All'inizio di ogni mese, nella calma della nostra casa, potremmo programmare cosa ci serve, escludendo le spese superflue. Poi, giorno per giorno, potrem­mo annotare cosa compriamo davvero e a fine mese potremmo fare un confronto per verificare se abbiamo rispettato la nostra programmazione.

L'associazione Beati i costruttori di pace propone questo metodo non solo per allenarci a evitare le spese superflue, ma anche per imparare ad assumere altre abitudini di consumo e di risparmio che sono fondamentali per costruire un mon­do più giusto. Per questo la loro proposta è stata battezzata «Operazione bilanci di giustizia». Per conoscere meglio questa esperienza si può consultare il libro di Antonella Valer, Bilanci di Giustizia, famiglie in rete per consumi leggeri (Emi, 2000). Oppure si può scrivere a: Bilanci di Giustizia - MagVenezia, Via Trieste 82/c, 30175 Marghera (Ve), tei. 041/5381479; www.bilancidigiustizia.it.

Nella vita di tutti i giorni, la sobrietà passa attraverso piccole scelte come quella di utilizzare meno auto più bicicletta, meno mezzo privato più mezzo pubblico, meno carne più legumi, meno prodotti globalizzati più prodotti locali, meno merendi­ne confezionate più panini fatti in casa, meno cibi surgelati più prodotti di stagione, meno acqua imbottigliata più acqua del rubinetto, meno cibi precotti più tempo in cucina, meno recipienti a perdere più prodotti alla spina, meno pasti ingrassanti più correttezza alimentare. L'esperienza di Bilanci di Giustizia dimostra che la sobrietà è possibile, non costa niente, anzi fa risparmiare, e riempire di soddisfazione. La soddisfazione di sen­tirsi persone libere che decidono esse stesse cosa comprare.

In definitiva la sobrietà è più un modo di essere che di avere. È uno stile di vita che sa distinguere tra i bisogni reali e quelli imposti, che si organizza a livello collettivo per garantire a tutti il soddisfacimento dei bisogni umani con il minor dispendio di energia, che da alle esigenze del corpo il giusto peso senza dimenticare le esigenze spirituali, affettive, intellettuali, sociali della persona.

La sobrietà impone una scelta di qualità e di quantità. Se se­lezioniamo i prodotti in base alla qualità ci rendiamo conto che molti vanno scartati perché sono dannosi. Altri invece vanno scartati perché sono inutili. Perciò, ogni volta che ci viene vo­glia di comprare qualcosa, chiediamoci se ne abbiamo davvero bisogno o se siamo condizionati dalla pubblicità.

Rispetto ai prodotti utili, si pone un problema di quantità. Mangiamo troppo e buttiamo via troppi avanzi; accumuliamo troppi vestiti e ne diamo troppi allo straccivendolo; usiamo l'automobile anche quando potremmo andare a piedi o in bi­cicletta.

Naturalmente non dobbiamo limitarci a rivedere i nostri consumi privati, ma anche quelli collettivi perché anche fra questi ce ne sono di dannosi e di superflui. Di sicuro dovremmo eliminare gli armamenti, ma dovremmo anche sprecare meno energia per l'illuminazione delle città, dovremmo accontentar­ci di treni meno veloci e meno lussuosi, dovremmo costruire meno strade. Perfino in ambito sanitario dovremmo diventare più sobri affrontando la malattia non solo con la scienza, ma anche con una diversa concezione della vita e della morte.

Una delle parole d'ordine per vivere bene disponendo di meno è «consumare con rispetto», ossia trattare bene gli oggetti affinché possano funzionare a lungo. La società dei consumi ci ha abituati a buttare via la roba quando è ancora utilizzabile solo perché non è più di moda o perché non è più all'avanguar­dia tecnologica. Ma per battere la strada della sobrietà dobbia­mo liberarci da questi condizionamenti, imparando a tenerci la stessa roba finché è buona e imparando a ricorrere di più al mercato dell'usato.

Un'altra parola d'ordine del futuro dovrà essere «efficien­za», ma non come la intendiamo oggi. Oggi l'efficienza si misu­ra col denaro e, se per una ragione qualsiasi, una risorsa viene fatta pagare poco, essa viene sprecata anche se è rara. Un caso concreto è quello del petrolio. Poiché costa poco si è sviluppa­to un sistema di trasporti assurdo che ci obbliga a consumare merci che vengono da migliaia di chilometri di distanza mentre potrebbero essere prodotte nella propria regione.

L'efficienza vera è quella che riesce a garantire il massimo servizio col minimo impiego di risorse e con la minor produzio­ne di rifiuti. Nel settore dei trasporti su breve distanza, il sim­bolo dell'efficienza è la bicicletta. Piccola, robusta, semplice, moltiplica la nostra velocità senza utilizzare carburante e senza produrre rifiuti. Un altro simbolo di efficienza è l'uso collettivo dei beni. Quello dei trasporti è un esempio classico ed è inte­ressante che in molte città si vadano delineando delle associa­zioni denominate carsharing per utilizzare l'automobile in co­mune. Molti altri servizi, che oggi sono soddisfatti in casa pro­pria in forma privata, potrebbero essere organizzati in maniera collettiva. Invece di avere una lavatrice per casa si potrebbero avere delle lavatrici di condominio. Invece di avere ognuno il nostro ferro da stiro, il nostro computer, i nostri libri si potreb­be immaginare di avere una stireria di condominio, una piccola biblioteca di condominio, una sala giochi di condominio. Oltre a risparmiare risorse ci guadagneremmo in rapporti umani. Fi­nalmente la gente smetterebbe di vivere rintanata come topi e potrebbe incontrarsi.

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