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Consuma senza crudeltà

In Italia consumiamo 95 kg di carne all'anno a testa, per un totale di 4 milioni di bovini, 6,6 milioni di ovini, 13,4 milioni suini e 456 milioni di volatili, abbattuti ogni anno.
Animali fat­ti crescere il più rapidamente possibile in uno spazio quanto più angusto possibile per contenere i costi e garantire alti pro­fitti. Una vita di crudeltà e angherie a cui viene posto fine con la macellazione.
Fino al 31 dicembre 2011 la legge consente che le galline ovaiole siano stipate a gruppi di quattro, in gabbie che non permettono neanche di scambiarsi di posto.
Dal 1° gennaio 2012 la legge assicura più spazio, ma non certo per correre: appena 750 centimetri quadri ossia un quadrato di 25 x 25 cm.

La gallina può muoversi a malapena e gli unici movimenti concessi sono l'allungamento del collo, per raccogliere il bec­chime in un canale posto sul davanti, e l'allargamento dell'ano, per depositare le uova in un canale posto sul retro. Per facili­tare il rotolamento delle uova, le gabbie sono in pendenza e nella lotta perenne per non scivolare le galline si rovinano le unghie. Per allungare il tempo di veglia e quindi di produzione, alle galline viene impedito di dormire, costringendole a vivere in ambienti illuminati anche di notte. Senza spazio, senza mo­vimento e col bioritmo a pezzi, compaiono disturbi gravi che la stessa normativa identifica in immunodepressione, anomalie oculari, plumofagia (mangiarsi le piume), cannibalismo (man­giarsi la vicina). Per ovviare alle ultime due è ammesso il taglio del becco, pratica molto dolorosa poiché è una parte molle del corpo.

Dopo 15 mesi e 300 uova, la gallina comincia a dare segni di cedimento e di lì a poco è macellata come carne di seconda scelta. In natura avrebbe potuto vivere una decina d'anni.

Intanto nelle incubatrici nascono i pulcini che rimpiazzeran­no le galline esaurite. Ovviamente solo le femmine hanno un avvenire da operaie e sono allevate, mentre i maschietti sono soppressi. Un metodo di abbattimento autorizzato dal decreto legislativo che paradossalmente ha come titolo: «Protezione degli animali durante la macellazione o l'abbattimento» con­siste nel mettere i pulcini dentro un frullatore. Leggiamo: «[i pulcini in eccedenza] devono essere abbattuti mediante un di­spositivo munito di lame a rapida rotazione tale che tutti gli animali, anche se numerosi, vengano direttamente uccisi».

Neanche i bovini se la passano meglio.
Catena e spazi ri­stretti sono la norma anche per le mucche da latte. Come tutti i mammiferi, anche la mucca produce latte per sfamare i suoi piccoli.
Per questo, appena matura (a circa due anni), viene inseminata, spesso artificialmente. Dopo nove mesi nasce un vitellino che le viene tolto quasi subito, per appropriarsi del suo latte.
Grazie alla selezione genetica e alla superalimentazione (cereali arricchiti di integratori proteici e vitaminici), le muc­che producono fino a 40 litri di latte al giorno.
A causa delle mammelle perennemente gonfie e dell'azione delle mungitrici meccaniche, molte mucche vanno incontro a mastite, un'in­fiammazione della mammella molto dolorosa.

Di norma il periodo dell'allattamento si esaurisce dopo un anno: per questo la mucca è di nuovo inseminata per comin­ciare il ciclo da capo. Sette anni, sette vitelli e migliaia di litri di latte dopo, la mucca non è più produttiva come una volta ed è avviata al macello. In natura avrebbe vissuto trent'anni.
E i vitelli che fine fanno? Appena nati sono già un peso, perché pretendono il prezioso latte, che invece deve essere venduto. ( così, dopo pochi giorni, sono allontanati. Se si tratta di una vitellina sarà svezzata e avviata alla carriera della mamma. Se è un maschietto è allevato per la macellazione.

Chiuso dentro un recinto individuale lungo e largo quanto il suo corpo, l'animale non deve sviluppare i muscoli e deve seguire una dieta povera di ferro per produrre la carne tenera e bianca tanto apprezzata dal consumatore.

Le difficili condizioni sopra descritte si ripropongono an­che per le altre specie animali. I suini, ad esempio, si trovano a vivere in spazi angusti con i propri simili, e i piccoli a vi­vere in gabbie individuali con poca possibilità di movimento. Inevitabile lo sviluppo di comportamenti aggressivi: e anche in questo caso le soluzioni adottate sono le mutilazioni come il ta­glio della coda, l'apposizione di un anello al naso, la levigatura o la troncatura dei denti incisivi.

Dopo le sofferenze dell'allevamento e prima della morte al mattatoio, ogni anno a livello mondiale 60 miliardi di animali sono costretti a viaggiare in condizioni addirittura peggiori di quelle di allevamento. Feriti e senza alcuna sosta, gli anima­li sono costretti a lunghi viaggi su camion e navi sovraffollati per giungere dai luoghi di allevamento a quelli di macellazione. Nonostante sia possibile già da anni trasportare le carni degli animali già macellati, si continua in questa assurda e cruenta pratica del trasporto di animali vivi che oltretutto provoca mag­giore inquinamento ambientale e ha effetti negativi sulle carni stesse.

In conclusione, ogni volta che compriamo carne o derivati animali corriamo il rischio di renderci complici di crudeltà: il metodo più sicuro per evitare di farlo è effettuare i nostri acquisti presso un piccolo allevatore di fiducia o tra­mite un gruppo di acquisto solidale. In alternativa si può ricorrere ai prodotti di allevamenti biologici che prevedono «una dieta bilanciata di alta qualità, un idoneo contesto am­bientale, una giusta densità, alloggi idonei: buone pratiche di allevamento».

I prodotti provenienti da allevamenti biologici devono reca­re in etichetta le stesse indicazioni dei prodotti da agricoltura biologica.

Nel caso delle uova la provenienza è riconoscibile da un co­dice di tracciabilità, composto da numeri e lettere, stampato su ognuna di esse. Il primo numero indica il sistema di allevamen­to che può essere di quattro tipi. Il numero O indica che pro­viene da allevamento biologico: le galline razzolano all'aperto per alcune ore al giorno, anche in compagnia dei galli (in uno spazio di almeno 43 metri quadrati ciascuna), e si nutrono esclusivamente con mangime biologico, soprattutto mais e ce­reali; rispetto alle uova delle galline in gabbia, quelle biologiche contengono meno colesterolo e sono più ricche di Omega 3, vitamina A, E, D, B12, beta carotene e acido folico. Il numero

I indica allevamento all'aperto: le galline vivono in un pollaio e possono razzolare in un ambiente esterno con un minimo di 4 metri ciascuna. Il numero 2 indica allevamento a terra: le galli­ne si muovono liberamente, ma in un ambiente chiuso, solita­mente un capannone (massimo 9 galline per 1 metro quadrato).

II numero 3, infine, indica allevamento in batteria: le gallina vivono in gabbie che assicurano ad ognuna uno spazio di 750 centimetri quadrati.8

Oltre che nella fettina, la crudeltà può nascondersi anche nelle creme e nei saponi. Secondo la normativa vigente, l'im­missione in mercato di ogni nuovo prodotto di derivazione chimica, sia esso cosmetico, detersivo, solvente, farmaco o pe­sticida, deve essere preceduta dalla presentazione all'Autorità competente del «profilo tossicologico» dei vari ingredienti usati nella formulazione della sua ricetta.

Il che significa che bisogna aver sottoposto gli ingredienti a uno o più (talvolta tutti) dei seguenti test:

1)   test di tossicità acuta;

2)   test di irritazione della pelle;

3)   test di irritazione dell'occhio;

4)   test di sensibilizzazione della pelle;

5)   test di assorbimento della pelle;

6)   test di tossicità cronica;

7)   test di tossicità genetica (mutazioni);

8)   test di tossicità ai raggi Uv;

9)   test di tossicità al metabolismo;

10) test di cancerogenicità (tumori);

11) test di tossicità riproduttiva (difetti di nascita).

In passato tali test erano eseguiti regolarmente su animali. Poi si sono sviluppati anche metodi alternativi e il regolamen­to adottato dal Parlamento europeo nel 2009 in materia di co­smetici dice che deve essere esclusa la sperimentazione animale purché esistano test alternativi approvati dall'Unione europea.

In ogni caso rimanda la completa attuazione del divieto ali'11 marzo 2013. A questo punto i problemi principali sono due: 1 ) la comparsa di nuovi ingredienti rispetto ai quali non esiste metodo alternativo approvato dalla UE; 2) il rischio, come già successo in passato, che su pressione della lobby delle imprese cosmetiche il divieto assoluto di sperimentazione animale ven­ga rimandato a una data successiva al 2013.

Nell'attesa e nella speranza che le scadenze vengano final­mente rispettate, al consumatore non rimane che cercare di districarsi fra le mille avvertenze contenute in etichetta. Quasi tutti i cosmetici riportano diciture quali: ipoallergenico, clini-camente testato, dermatologicamente testato.

Purtroppo queste definizioni non sono regolamentate in alcun modo e in via del tutto teorica è anche possibile che un'azienda faccia eseguire dei test, questi dimostrino che il pro­dotto è nocivo per la salute umana, e il prodotto vada comun­que in commercio con la dicitura clinicamente testato - perché in effetti è stato testato.

Fondamentalmente esse affermano che il prodotto è stato provato su volontari (dunque umani e non animali) e che sono state assunte precauzioni per ridurre le allergie. Del resto già dal 1994 è vietato testare prodotti cosmetici su animali e difat­ti il problema non sono i prodotti finiti, bensì i singoli ingre­dienti: la legge, infatti, punta l'attenzione su di essi ed è di essi che chiede le prove tossicologiche. Basta una molecola nuova aggiunta a un vecchio ingrediente per rimettere in moto la mac­china della sperimentazione animale. Per questo le principali associazioni animaliste europee si sono convinte che l'unico modo per fermare la sperimentazione animale è di arrestare la sintesi di nuovi ingredienti. Di qui la richiesta alle imprese co­smetiche di non utilizzare ingredienti di nuova formulazione.

Le imprese che rispettano questa e altre indicazioni possono ottenere l'attestato «cruelty free» (senza crudeltà) che certifica il rispetto degli standard messi a punto da Ccic e Eceae, i due coordinamenti internazionali contro la vivisezione. Più pre­cisamente, l'attestato può essere ottenuto dalle imprese che si sono impegnate a:

1)   non condurre, commissionare o prendere parte ad alcun test su ammali né ora, né in futuro;

2)   non comprare materie prime, formulazioni o prodotti testa­ti su animali dopo la data in cui è stato assunto l'impegno.

In Italia l'impegno è approvato dalla Lega antivivisezione (Lav) su controllo di Icea, società di certificazione. Pertanto le aziende che hanno aderito allo standard, riportano sulla confe­zione dei propri prodotti la dicitura: «Stop ai test su animali. Controllato da Icea per Lav».

Sui prodotti può anche essere esposto il logo creato da Eceae (Coalizione europea contro la vivisezione), noto come leaping bunny (coniglietto saltellante).


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