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Consuma libero da scorie

La chiamiamo società dei consumi, ma forse sarebbe più appropriato chiamarla società dei rifiuti, destino inevitabile di tutto ciò che consumiamo.

I rifiuti che conosciamo meglio sono quelli urbani, per in­tendersi ciò che va a finire nella nostra pattumiera di casa. Ma si tratta solo della punta dell'iceberg. Con troppa facilità dimenti­chiamo i rifiuti gassosi, anidride carbonica, anidride solforosa e quant'altro fuoriesce dai tubi di scappamento delle nostre auto e dai camini delle nostre caldaie. Così come dimentichiamo i rifiuti solidi, liquidi e gassosi emessi lungo la filiera produttiva di tutto ciò che compriamo.

Rimanendo ai soli rifiuti solidi, in Italia ne produciamo ogni anno circa 110 milioni di t in ambito industriale ed edilizio e 32 in ambito domestico. In tutto ammontano a oltre 140 mi­lioni di t che aumentano di anno in anno e si fanno sempre più ingombranti.

Ancora oggi le soluzioni più utilizzate per sbarazzarsi dei ri­fiuti sono le discariche e gli inceneritori, ma sia l'una che l'altra sono cariche di problemi.

La discarica è il sistema di smaltimento più diffuso, perché è il più economico. In Italia ce ne sono 400. Il funzionamen­to è relativamente semplice: i rifiuti vengono accumulati su un terreno nell'attesa che il tempo li degradi. Ma il processo di decomposizione non è indolore, perché rilascia nell'ecosistema sostanze tossiche: sia volatili, sottoforma di biogas; sia liquide sottoforma di percolato.

 

IL DESTINO DI ALCUNI MATERIALI IN DISCARICA

La plastica non si degrada, perché è resistente ai batteri. Si stima che ci vogliano 450 anni, per un pannolino, e addirittura 1000 anni per un sacchetto della spesa, prima che si disintegrino sotto l'attac­co degli agenti atmosferici.

Durante la disintegrazione i rifiuti rilasciano gli ingredienti con i quali sono stati fabbricati, spesso sostanze ad elevata tossicità quali ftalati e metalli pesanti come il piombo e il cadmio che possono contaminare il biogas e il percolato.

L'alluminio non viene attaccato dagli agenti atmosferici e dai batte­ri rimanendo tale e quale in discarica. Si stima che siano necessari 500 anni per la sua degradazione.

Il vetro è un materiale inerte, perché non reagisce con le sostanze esterne. Per questo motivo sono necessarie decine di migliaia di anni prima che si degradi.

L'acciaio, costituito prevalentemente da ferro, si ossida velocemen­te rilasciando nel percolato le sostanze di cui è composto. General­mente queste non sono tossiche.

La carta è composta di materiale organico e in discarica si degrada nell'arco di un anno. Durante la decomposizione rilascia in atmo­sfera la CO2 che era «intrappolata» al suo interno.

 

Viste le implicazioni ambientali, l'Ue ha legiferato in materia per ridurre i rischi di contaminazione. Ad esempio ha stabilito che i biogas debbano essere bruciati o meglio ancora aspirati per produrre energia. Quanto al percolato non deve fuoriuscire dall'area della discarica, e tramite un sistema di impermeabiliz­zazione deve essere raccolto in pozzi di captazione e trattato in impianti di depurazione. Se ben gestita, la discarica dovrebbe avere un rischio ambientale basso, ma può rasentare il disa­stro, soprattutto per la contaminazione di falde e corsi d'acqua, se non sono rispettate le necessarie precauzioni. Il problema è particolarmente grave nel caso delle discariche abusive. Si sti­ma che lo smaltimento abusivo dei rifiuti in Campania abbia causato un aumento della mortalità del 9-12% e delle malfor­mazioni dell'84 % .

L'altro sistema di smaltimento che va per la maggiore è l'in-cenerimento. I difensori di questa metodica affermano che i dispositivi moderni, così detti termovalorizzatori, non emet­tono inquinanti e per di più producono energia. Ma quanta? L'esperienza ci dice che il rendimento dei rifiuti è un decimo del petrolio, e considerata l'energia necessaria per il funziona­mento degli impianti, il vantaggio è molto discutibile. Ma forse l'inganno principale riguarda la sicurezza. Per quanto gli im­pianti moderni siano dotati di filtri e di sistemi di abbattimen­to, i fumi che fuoriescono continuano a contenere inquinanti dannosi per la salute. Oltre alla CO2 responsabile dell'effetto serra, la Commissione europea individua oltre 20 sostanze ri­lasciate nell'aria. Tra queste la diossina e metalli pesanti quali cadmio, arsenico, piombo, cobalto, cromo e mercurio; compo­sti dell'azoto; composti dello zolfo, composti del cloro. Molte di queste sostanze sono rilasciate sotto forma di polveri fini o nanopolveri e proprio per questo ancora più pericolose. Men­tre le polveri di materiali con diametro fino a 2,5 millesimi di rum possono essere espulse con le secrezioni, quelle più piccole arrivano fino agli alveoli polmonari provocando malattie respiratorie e cardiovascolari. Quelle con diametro inferiore a 0,1 millesimi di mm, così dette nanopolveri o nanoparticelle, passano direttamente dall'alveolo polmonare alla circolazione sanguigna e quindi agli organi dove possono instaurtarsi varie patologie, comprese forme tumorali.

La ricerca sulle polveri fini e le nanoparticelle è ancora all'inizio e non esistono strumenti soddisfacenti per rilevare la loro concentrazione nell'atmosfera, ma la Commissione euro­pea stima che a livello di Unione, avvengano ogni anno 390mila decessi imputabili alle polveri fini, provenienti non solo dai termovalorizzatori, ma anche dalle automobili e altre fonti di combustione. Purtroppo la fascia di età più colpita è quella infantile perché i meccanismi di detossificazione non sono an­cora completi e molteplici organi e apparati non sono ancora completamente formati. Tant'è che in Italia fra il 1998 e il 2002 si è osservato un aumento della frequenza annua dei tumori infantili del 2%.

A tutto questo va aggiunto che attraverso l'inceneritore, l'immondizia non scompare ma si trasforma. Il 25-30% rima­ne nell'inceneritore sotto forma di ceneri che vanno comunque smaltite da qualche parte. Oltre a quelle che rimangono sul fon­do, ci sono anche le ceneri cosiddette al camino che consistono nei fumi trattenuti. Tali ceneri rappresentano l'I-2% dell'im­mondizia; ma a differenza delle altre contengono piombo, cad­mio e altre sostanze tossiche da smaltire comunque in una di­scarica, solo che questa volta si tratta di scarti molto inquinanti e poiché l'Italia non sembra attrezzata per stoccare le ceneri più tossiche, esse sono inviate per lo più in Germania dove sono sepolte nelle vecchie miniere di salgemma attorno a Hesse.

 

I CONTI IN TASCA ALL'INCENERITORE

I dati che seguono si riferiscono all'attività svolta nel 2006 dall'ince­neritore di Piacenza, uno degli impianti più efficienti, costruito nel 2002:

1. Rifiuti inceneriti: 120mila t, prevalentemente urbani.

2. Energia utilizzata: 12,6 milioni di kwh di energia elettrica e 510mil m3 di metano.

3. Energia prodotta: 87 milioni di kwh di energia elettrica. Detratta l'energia utilizzata si ottiene un saldo positivo di 0,6 kwh per ogni kg di rifiuto incenerito. L'ammontare corrisponde a circa 1/7 del l'energia elettrica prodotta da 1 kg di petrolio.

4. Ceneri prodotte: 29mila t ossia 250 g per kg di rifiuto. Il 10% sono rappresentate da ceneri al camino e sono ricche di sostanze tossiche quali diossine e policlorobifenili (Pcb). Il restante 90% è costituito da ceneri alla griglia composte per la maggior parte da sostanze non pericolose (ferro, carbonio, silicio) e in misura minore, ma pur sempre significativa, da inquinanti tossici quali arsenio, piombo, cromo, mercurio, zinco, stagno, rame, mobildeno, composti del doro, composti dello zolfo. Il 30% delle ceneri è inviato a discari­che speciali come rifiuto pericoloso, il restante 70% è riciclato nei cementifici. Smaltire 11 di ceneri al camino costa 129 euro, mentre 1 t di ceneri alla griglia 75 euro.

5. Fumi emessi: 70mila t di anidride carbonica (600 g per ogni kg di rifiuto), 350 kg di polveri sottili, 3 t di monossido di carbonio, 3 t di acido cloridrico, 94 t di ossidi di azoto.

6. Acqua consumata: 114 milioni di 1 di acqua, uno per kg di rifiuto.

7. Automezzi arrivati all'impianto: 1 Smila, circa 60 al giorno.

8. Costi: 80 milioni di euro per la messa in funzione dell'inceneritore e circa 10 milioni per le spese di esercizio ossia 80 euro per t di rifiuto incenerito.

9. Costo dell'energia elettrica prodotta: 0,16 euro al kwh. Quello ottenuto da una centrale termica costa 0,04 euro al kwh, mentre quella di una pala eolica 0,10 euro al kwh.


Ormai è chiaro per tutti che né la discarica, né gli incene­ritori sono la soluzione del problema rifiuti e già da vari anni in tutta Europa si spinge verso il riciclaggio. Anche l'Italia è impegnata in questa direzione e in base al Testo unico ambien­tale del 2006 e successive modifiche, entro il 2020 dovrà essere riciclato almeno il 50% in peso dei rifiuti di imballaggio.

Il riciclaggio è un passaggio fondamentale imprescindibile, ma sarebbe un errore considerarlo l'unica iniziativa da intra­prendere, perché anche il riciclaggio ha i suoi costi. Ad esem­pio è pur vero che l'alluminio ottenuto dal riciclaggio non ha richiesto nuova materia prima e ha permesso un risparmio ener­getico del 93 %, ma ha comunque utilizzato una certa quantità di energia e prodotto degli inquinanti. Va anche detto che solo raramente i contenitori alimentari sono fabbricati con materia­le riciclato e ogni volta che compriamo una bevanda in lattina consumiamo alluminio vergine. Tutto questo per dire che il ri­ciclaggio deve essere considerato come l'ultimo passaggio di un percorso più ampio che deve puntare a prevenire la produzione di rifiuti. Un percorso che si può riassumere in quattro R: ridur­re, riparare, riutilizzare, riciclare.

Che la riduzione stia alla base di tutto è fuori discussione. Non solo riduzione dei consumi, ma anche riduzione di imbal­laggi che a volte rappresentano il componente principale. Ci sono casi in cui sì ha l'impressione che il prodotto sia solo un pretesto per vendere l'involucro. Succede quando ci troviamo di fronte a pochi grammi di palatine fritte, tutte con la stessa onda, impilate una sopra l'altra in un tubo di carta e alluminio con tappo in plastica. O quando i biscotti sono avvolti uno ad uno nella carta stagnola, poi risposti tutti assieme in un astuccio di cartone a suo volta ricoperto da una pellicola di plastica. La sensazione si trasforma in certezza se analizziamo la storia dei prodotti da un punto di vista energetico. Nel caso di una sca­tola di mais, scopriamo che perla materia prima ci sono volute 450 kcal mentre per l'imballaggio 1006, senza contare l'energia per lo smaltimento.

Gli involucri rappresentano circa il 30-40% della nostra spazzatura di casa e una lotta seria contro i rifiuti deve partire da qui con due obiettivi: ridurre l'ammontare degli imballaggi e optare per quelli riciclabili.

Forniamo di seguito alcuni con­sigli per combattere la produzione di rifiuti domestici:

1.   Portarsi sempre dietro una borsa di tela per riporre la spesa.

2.   Evitare prodotti inutili come bevande, acqua in bottiglia, palatine fritte.

3.   Preferire i prodotti sfusi, facendo pressione sui rivenditori affinché mettano a disposizione sacchetti di carta o Mater-bi.

4.   Evitare prodotti monodose che spesso hanno un rapporto assurdo fra imballaggio e contenuto.

5.   Preparare in casa tutto ciò che è possibile (yogurt, conser­ve, marmellate, merende).

6.   Cucinare di più per evitare gli imballaggi dei prodotti pron­ti.

7.   Spingere i supermercati a predisporre distributori che ven­dono in maniera sfusa tutto il possibile.

8.   Scegliere i prodotti solidi in confezioni leggere, possibil­mente di carta.

9.   Prediligere i liquidi e i prodotti umidi in contenitori di po-licarbonatoo vetro con vuoto a rendere.
       In subordine il Tetra Pak e l'acciaio. Come successive scelte l'alluminio e la plastica.

10. Fare attenzione ai simboli sulle etichette.

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