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Consuma Equo

Oltre agli aspetti ambientali è bene prestare attenzione an­che a quelli sociali, specie se si tratta di prodotti che vengono dal Sud del mondo. Questi infatti, non di rado sono ottenuti nella totale violazione dei diritti dei lavoratori, o in cambio di salari che mantengono i contadini sotto la soglia della povertà assoluta.

Per rendercene conto prendiamo come esempio il caffè. Un tempo, quando il commercio internazionale era contenuto, il caffè era la seconda voce di vendita, subito dopo il petrolio. Oggi è stato sorpassato da molti prodotti industriali e nella gra­duatoria del commercio mondiale è sceso. Ciò non di meno è ancora un prodotto importante e per certi paesi africani conti­nua ad essere il principale prodotto di esportazione.

In Italia ne consumiamo 37 kg/a a famiglia. Ogni mattino cominciamo la nostra giornata preparandocene una tazzina e quindi, senza saperlo, la prima persona del giorno con cui en­triamo in contatto è un contadino dell'Africa o un bracciante dell'America del Sud. Potrebbe essere Makutu, piccolo conta­dino dell'Uganda, che utilizza la sua terra in parte a mais, per il consumo familiare, in parte a caffè, per guadagnare quei due soldi che gli consentono di mandare avanti la famiglia. Oppure potrebbe essere Ignacio, nullatenente, padre di 7 figli, che lavo­ra come bracciante in una piantagione del Brasile.

Fra contadini e braccianti, le persone che coltivano caffè sono 25 milioni. Contando anche i loro familiari, fanno 125 milioni di persone che vivono su questo prodotto. La loro con­dizione di vita dipende da un solo elemento: il prezzo che si forma a livello internazionale. Al supermercato, il caffè noi lo paghiamo fra i due e i tre euro a pacchetto, ma ai produttori arrivano solo le briciole. Per ogni euro che sborsiamo, 21 centesimi finiscono in tasca al supermercato, 49 al torrefattore e 13 all'importatore. Una decina vanno in tasse e solo 5 centesimi tornano nel Sud del mondo dove sono contesi fra esportatore, mercante locale e contadino. A conti fatti quest'ultimo rara­mente incassa più di 2 centesimi.

Dai numeri emerge che la parte del leone la fanno i torrefattori che molto spesso sono anche gli importatori. Fra i sogget­ti che svolgono questa duplice funzione ci sono Nestlé, Kraft, Sara Lee, Smucker, Starbucks, che messi assieme controllano il 40% del caffè commercializzato a livello mondiale.

Il prezzo del caffè pagato agli esportatori è fissato nelle bor­se di New York e di Londra, luoghi in cui operano non solo venditori e compratori, ma anche speculatori che cercano di guadagnare scommettendo fra loro sui prezzi che verranno. Chi indovina vince, chi sbaglia perde. Ma le somme che investono sono così alte che ogni volta che scommettono su un rialzo o su un ribasso di fatto contribuiscono a fare andare il prezzo nella direzione a loro più conveniente. Fino al 1989 il prezzo del caf­fè e di altre materie prime era stabile grazie all'esistenza di un accordo fra paesi produttori e consumatori. Ma alla scadenza, i paesi consumatori si sono rifiutati di rinnovarlo e il prezzo del caffè ha preso a scendere fino a raggiungere il suo minimo nel 2001, anno in cui corrispondeva al 25% del prezzo in vigore nel 1965. Dal 2001 ha iniziato una lenta risalita che ha avuto un'accelerazione durante la crisi economico finanziaria del 2007-2008, quando i prezzi delle materie prime agricole furono preda della speculazione internazionale. Ma ancor più della riduzione dei prezzi è la volatilità a mettere in crisi intere co­munità, la tendenza cioè a veloci variazioni nel prezzo in tempi brevissimi, una -vera manna p«r gli speculatori che guadagnano su oscillazioni di centesimi di dollaro in pochi secondi, ma una tragedia per i milioni di contadini coinvolti.

Questa continua incertezza mette i contadini in grande diffi­coltà. Non potendo prevedere l’andamento dei prezzi non possono programmare gli investimenti, se fanno la mossa sbagliata nel momento sbagliato, finiscono sul lastrico sopraffatti dai debiti.

Orombo, contadino del Kenya, così si lamenta: «Posse­diamo poco più di un ettaro di terra che coltiviamo a caffè. Non siamo stati mai ricchi, ma negli anni '80, quando un kg di kioko (caffè essiccato al sole) ci veniva pagato 68 centesimi di dollaro, non avevamo problemi. Mangiavamo bene e dormi­vamo senza essere tormentati dall'incubo dei debiti. Ma oggi, clic a malapena riusciamo ad incassare 7 centesimi, siamo nella miseria assoluta. Siamo a pezzi. Disperati. Abbiamo subito per­dile pesanti. Non possiamo più permetterci di acquistare carne, pesce o riso. Mangiamo solo patate dolci, fagioli e matoke. Abbiamo dovuto ritirare i bambini da scuola».

Ma non sono solamente i coltivatori di caffè a subire le con­seguenze di un sistema senza scrupoli. In India, la paga giorna­liera nelle piantagioni di té è di 60 centesimi di dollaro. La mag­gior parte dei braccianti sono lavoratori avventizi assunti alla giornata che non hanno diritto ad alcun tipo di assicurazione e previdenza sociale. Le donne rappresentano la maggior parte dei lavoratori stagionali e quando i prezzi internazionali del té tendono al ribasso, sono le prime a subirne le conseguenze.

Talvolta la legge impone ai proprietari una serie di .obblighi che puntualmente non sono rispettati. Uno studio effettuato nel 2002 dalle associazioni del commercio equo e solidale olan­desi su 33 piantagioni di caffè del Guatemala, ha scoperto che nessuna pagava il salario minimo legale e che in certi casi era poco più di un decimo. Va considerato che per stessa ammis­sione dell'ufficio centrale di statistica del Guatemala il salario minimo legale di 2,48 dollari al giorno non copre neanche il 40% dei bisogni di base. Di norma la giornata di lavoro è di 1012 ore ed è molto diffusa la discriminazione delle donne che spesso sono pagate la metà degli uomini. Ovunque ci sono bambini lavoratori ai quali sono affidate mansioni pericolose. Tali1 disumane condizioni dipendono dal fatto che per lo più i lavoratori sono avventizi senza nessuna forza contrattuale.

Un altro settore critico è quello bananiero. Al suo interno è possibile riscontrare le situazioni più varie a seconda del grado di organizzazione dei lavoratori. A Panama, ad esempio, i salari medi nelle piantagioni sono di 500 dollari al mese, in Colombia di 300, nella Costa Rica di 200. Ma ovunque la situazione sta precipitando perché la competizione internazionale impostata da un mercato selvaggio, sta abbassando gli standard di vita e di lavoro di milioni di lavoratori del settore. Nel 2002 l'associa­zione americana Human Rights Watch ha anche denunciato la forte presenza di bambini a lavoro nelle piantagioni per salari che sono il 60% più bassi del minimo legale.

Molte piantagioni, inoltre, si trovano lontano dai centri abi­tati per cui i lavoratori sono costretti ad abitarci dentro in con­dizioni di gravi carenze igieniche e sanitarie. Spesso le abitazio­ni sono capanne prive di acqua e di luce.

L'intossicazione da pesticidi è un'altro problema grave. Ad esempio, nelle piantagioni di banana i trattamenti annuali con pericolosi pesticidi, talvolta irrorati anche con gli aerei con con­seguenze gravissime sull'ambiente circostante, possono essere anche 40.

Ma, prima dell'ambiente, sono i lavoratori a farne le spese. Ogni anno nel mondo ci sono dai 3 ai 4 milioni di casi di avve­lenamento da pesticidi con li morte di 40mila persone.

Nel giugno 2011 duecento lavoratori di vari paesi del Cen­tro America hanno avviato l'ennesimo procedimento giudizia­rio contro Dole, Chiquita e Del Monte in un tribunale degli Stati Uniti per ottenere un risarcimento relativo ai danni ripor­tati dall'uso del Dbcp, un potente vermifugo che in tutto il Sud

del mondo ha causato sterilità, malformazioni neonatali, aborti, cancro e gravi disfunzioni a 65mila persone. Il Dbcp, fuorilegge dalla fine degli anni 70 negli Stati Uniti, è stato venduto nei paesi poveri dall'industria statunitense fino all'inizio degli anni '90, nonostante si conoscessero i suoi effetti devastanti (Nicara­gua Network, Nicaragua Monitor, settembre 2003).

Ugo Morales, dirigente sindacale del Guatemala, tira le con­clusioni: «Per voi consumatori del Nord, le banane sono tutte uguali. Ma per noi lavoratori del Sud sono diverse a seconda delle condizioni di lavoro. Dunque, ogni volta che mangiate una banana o che bevete un caffè chiedetevi in quali condizioni è stato ottenuto in modo da fare del vostro consumo un mo­mento di liberazione sindacale per noi».

Un modo per evitare di renderci complici delle multinazio­nali è di acquistare tramite il circuito del commercio equo e so­lidale, un'iniziativa avviata negli anni '60 da parte di un gruppo di giovani olandesi. Il gruppo si chiamava SOS ed era nato nel 1959 nella cittadina di Kerkrade con lo scopo di rispondere, giustappunto, agli S.O.S. lanciati dagli emarginati, dagli sfrut­tati, dagli impoveriti. Per qualche anno il gruppo si limitò a iniziative di solidarietà diretta in Europa e ciò lo portò a colla-borare anche con Danilo Dolci in Sicilia. Poi avviò dei progetti in America Latina dove inviò anche dei volontari. Fu attraverso di essi che il gruppo entrò in contatto con la grave realtà dei contadini che producevano caffè e che cominciò a porsi l'inter­rogativo di cosa fare per risolvere la loro situazione.

Rendendosi conto di non avere la possibilità di far cambiare i meccanismi del commercio internazionale, decise di concen­trarsi su quei contadini con cui era entrato in contatto per offri­re, almeno a loro, una prospettiva diversa. La soluzione era che SOS comprasse il caffè dei contadini a prezzi dignitosi.

Così dopo aver creato in Olanda una cooperativa di im­portazione e avere aiutato i contadini a darsi una struttura per

l'esportazione, SOS fece partire questa nuova avventura com­merciale che salta l'intermediazione delle multinazionali e che s'ispira ai principi di equità e di solidarietà. Per questo è stato battezzato «commercio equo e solidale».

Partito in sordina, quasi come un gesto di buon cuore, ben presto il commercio equo e solidale ha mostrato una grande carica rivoluzionaria perché afferma principi diametralmente opposti a quelli del sistema economico dominante.

Il sistema capitalista afferma che il commercio ha per scopo il profitto. Il commercio equo e solidale afferma che lo scopo del commercio è di rendere un servizio reciproco al produt­tore e al consumatore. Il produttore deve garantire al consu­matore prodotti sicuri, ottenuti nel rispetto delle persone, dell'ambiente e della sostenibilità. Il consumatore deve garantire al produttore prezzi equi.

L'equità non è un concetto assoluto ed è difficile da definire. In linea di massima si può dire che il prezzo è equo quando assolve tre funzioni: copre i costi di produzione, garantisce al produttore e alla sua famiglia il soddisfacimento dei bisogni fondamentali e lascia un margine per migliorare l'attività pro­duttiva.

Nel caso del caffè Robusta, l'impegno del commercio equo è di pagare ai produttori un prezzo che non scende mai al di sotto di 1,01 dollari per libbra, ma che segue le fluttuazioni di borsa in caso di rialzo. Apparentemente quando il prezzo in­ternazionale è sopra il prezzo minimo garantito, la condizione dei produttori del commercio equo sembra uguale a quella dei contadini inseriti nel circuito convenzionale. In realtà è sempre migliore perché godono di un sovrapprezzo di 20 centesimi a libbra e la fornitura di servizi di formazione, di accompagna­mento, di rafforzamento delle competenze che permettono ai piccoli produttori di consolidare le proprie attività.

Il fine ultimo del commercio equo e solidale è modificare alle radici il commercio internazionale con l'obiettivo di costrui­re un mondo più equilibrato in cui ognuno possa vivere digni­tosamente a casa propria. Per questo un'altra parola d'ordine del commercio equo è «solidarietà» non intesa come carità, ma come atto di giustizia per correggere le storture create da un si­stema economico e commerciale profondamente ingiusto e per prevenire abusi da parte di chi tenta di speculare sullo stato di bisogno dei contadini e degli artigiani.

Uno dei pericoli più frequenti dei piccoli contadini è di fini­re nelle mani degli usurai, vista la carenza di risorse per acqui­stare le materie prime o gli strumenti di lavoro.

Nel Sud del mondo gli usurai applicano interessi del 40, del 50 e anche del 70%. Per questo c'è una perdita progressiva di terre da parte dei piccoli contadini a favore dei grandi proprie-tari terrieri. I risultati sono scandalosi.

In Brasile, ad esempio, il 2% dei proprietari controlla il 60% delle terre. In Paraguay l'l% controlla l'80% delle ter­re. Per contro, in tutta l'America Latina il 70% dei proprietari possiede soltanto il 5% delle terre.

Per arrestare questo processo di impoverimento, il commer­cio equo e solidale ricorre spesso allo strumento del prefinan­ziamento che consiste in un parziale anticipo del pagamento dell'ordine (fino al 50%) evitando così che i piccoli produttori debbano rivolgersi a banche locali o a intermediari che posso­no imporre loro condizioni al limite dell'usura.

Un'altra scelta di solidarietà del commercio equo nasce dalla constatazione che, per quanto alto, lo stipendio di una fami­glia non riesce mai a far fronte a tutte le necessità e a rimanere esclusi rischiano di essere alcuni bisogni fondamentali come l'istruzione, la sanità, i trasporti. In effetti, il benessere delle persone dipende anche dalla capacità della comunità di sapersi organizzare e di saper garantire alcuni servizi in maniera collet­tiva. Per questo il commercio equo e solidale non si preoccu­pa solo di garantire ai produttori compensi dignitosi, ma cerca anche di rafforzare le cooperative di produzione e le strutture sociali affinché migliorino le condizioni produttive dei singoli membri e siano garantiti servizi collettivi di tipo sanitario, sco­lastico e sociale.

Proprio per finanziare questi tipi di progetti, su molti pro­dotti del commercio equo e solidale è stato istituito un sovrap­prezzo destinato alle cooperative di produzione e ad altri orga­nismi locali che si prendono cura di progetti sociali. Nel caso del caffè è di 10 cent ($ Usa)/lb, che può arrivare a 20 in caso di coltivazione anche biologica.

Dal lontano 1967, quando in Olanda quel gruppo di bravi ragazzi fondò la prima cooperativa di importazione, il com­mercio equo e solidale ne ha fatta di strada. In breve tempo, altri gruppi, in altri paesi europei (compresi gli Stati Uniti, il Giappone e l'Australia), hanno seguito l'esempio olandese e oggi il commercio equo e solidale è una realtà esistente in una ventina di nazioni. Fra le strutture di importazione più grandi ricordiamo la tedesca Gepa, l'italiana Altromercato e la Faitrade Foundation in Inghilterra. In particolare in Italia il commercio equo è una realtà affermata grazie all'attività di varie coopera­tive di importazione. Generalmente esse si limitano a impor­tare, mentre la vendita al dettaglio avviene tramite particolari punti vendita definiti «Botteghe del mondo» (circa 500) gestiti da gruppi locali, cooperative o associazioni. Ciò non di meno, oggi i prodotti del commercio equo si trovano anche in molti supermercati come Coop, Esselunga, Carrefour.

Le scelte da parte del movimento italiano sono articolate. Altromercato, ad esempio, ha scelto di affiancare la vendita ad alcune catene della Grande distribuzione organizzata (Gdo) a quella classica alle Botteghe del commercio equo. Altre realtà come LiberoMondo ed Equomercato, hanno scelto di esclude­re la Gdo rivolgendosi solo alle Botteghe del mondo.

I prodotti del commercio equo che incontriamo al super-mercato possono provenire da vari offerenti, sia cooperative di importazione che operano esclusivamente in questo settore, sia imprese che operano nel commercio tradizionale. Le pri­me espongono esclusivamente il proprio marchio. Le seconde, invece, espongono a fianco del proprio marchio commerciale quello dell'ente di certificazione Fairtrade.

A differenza di altre strutture del commercio equo, Fairtra­de non svolge attività di compravendita, ma esclusivamente di gestione del marchio Fairtrade che è offerto in concessione a tutte quelle imprese che pur operando nel commercio tradizio­nale desiderano vendere anche prodotti del commercio equo.

L'idea di creare un marchio del commercio equo a dispo­sizione della filiera tradizionale nasce di nuovo in Olanda alla fine degli anni '80, quando si sentì l'esigenza di entrare nella grande distribuzione. Le cooperative d'importazione olande­si si presentarono ai supermercati e alle botteghe tradiziona­li, chiedendo di poter diventare loro fornitori. Ma la proposta non venne accolta perché i supermercati non avevano interesse ad abbandonare marchi affermati, sorretti da molta pubblicità, per passare a prodotti semisconosciuti.

Constatato che l'ingresso ai supermercati per la porta prin­cipale era sbarrato, qualcuno pensò che si poteva passare da quella di servizio convincendo le imprese che già erano presen­ti nei supermercati a inserire nel loro campionario anche i pro­dotti del commercio equo. Ma come fare per distinguerli? La soluzione fu la creazione di un marchio di qualità denominato Max Havelaar, dal titolo di un libro dell'800, scritto per prote­stare contro il trattamento riservato agli indigeni delle colonie olandesi.

Nel tempo l'esperienza olandese si è estesa a molti altri paesi ciascuno dei quali ha creato e gestito un proprio marchio di qualità. In Italia, ad esempio, l'esperienza è partita col marchio Transfair. In seguito le varie iniziative nazionali si sono consor­ziate a livello europeo per dotarsi di un'unica struttura di coor­dinamento e dove è possibile utilizzare lo stesso marchio. Così sono nati Fio (Fairtrade Labelling Organizations) e il marchio Fairtrade.

All'interno della struttura si possono distinguere due funzio­ni fondamentali. Quella di coordinamento e quella di promo­zione. L'attività di coordinamento, svolta da Fio, comprende la definizione delle regole che devono essere rispettate da chi produce e chi commercializza, la supervisione del processo di certificazione di produzione conforme ai criteri del commercio equo, la tenuta di un registro che, prodotto per prodotto, elen­ca i produttori che hanno ottenuto la certificazione.

L'attività di promozione, svolta dai singoli organismi nazio­nali, consiste nel fare conoscere il marchio alle aziende dei pae­si consumatori e a permetterne l'uso purché siano rispettate le regole poste dal marchio stesso che possono essere sintetizzate in quattro punti chiave:

1 ) acquisto dai produttori iscritti nei registri;

2)   pagamento di un prezzo sufficiente a coprire i costi di pro­duzione, a garantire il soddisfacimento dei bisogni fonda­mentali e a lasciare un margine per i miglioramenti produt­tivi;

3)   pagamento di un sovrapprezzo (cosiddetto premium) per il finanziamento di progetti sociali;

4)   pagamenti anticipati.

L'attività di concessione del marchio avviene su base com­merciale, nel senso che l'azienda che ha ottenuto il permesso (in gergo licenza) paga all'organismo nazionale una percentuale su ogni pezzo venduto. A fine 2010, le aziende licenziatane di Fairtrade Italia erano 42 per prodotti quali: caffè, cacao, bana­ne, ananas, miele, succo d'arancia, té, palloni.

Dunque anche in Italia i prodotti del commercio equo si possono comprare o al supermercato su offerta di imprese fon­date sul profitto o nelle Botteghe del mondo su offerta delle tradizionali cooperative di importazione del commercio equo.

II nostro consiglio è di privilegiare quest'ultimo canale perché rafforzando le Botteghe del mondo sosteniamo anche l'attivi­tà d'informazione che esse svolgono in ossequio alla scelta che hanno fatto di non voler essere solo punti di vendita, ma anche luoghi di crescita formativa e di dibattito politico.

Del resto abbiamo delle perplessità rispetto ai criteri di con­cessione del marchio Fairtrade. È vero che in Italia la condi­zione di base per divenire licenziatari è di non essere oggetto di boicottaggio e di rispettare i diritti sindacali, ma nel 2006 Fairtrade Inghilterra, annoverò fra i propri licenziatari anche Nestlé, un gigante del caffè e del cacao, che oltre ad essere al centro di un boicottaggio internazionale, determina l'impove­rimento di milioni di agricoltori del Sud del mondo attraverso prezzi che sono al limite della decenza. Nestlé è riuscita a ot­tenere la certificazione di una sua referenza (il caffè Partners Blend) garantendo per quella filiera il rispetto dei criteri del commercio equo. Ma questo non ha modificato nella sostanza le politiche commerciali che l'azienda applica nella stragrande maggioranza delle proprie produzioni. In conclusione il lancio del caffè certificato, per la multinazionale è stato un'ottima op­portunità di marketing.

 

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