Consuma Democratico
Se è fondamentale porre attenzione alla storia sociale e ambientale dei prodotti, è altrettanto importante concentrarsi sul comportamento di chi ce li offre. Talvolta, infatti, può esserci niente da ridire sul prodotto come tale, ma molto da obiettare sull'impresa produttrice.
Prendiamo come esempio la passata di pomodoro a marchio Bertolli. In origine era espressione di una piccola azienda toscana, ma oggi questo marchio fa parte dell'impero Unilever ovvero la seconda multinazionale più grande del mondo del settore alimentare. Unilever possiede piantagioni di té in Africa e India, è uno dei più grandi acquirenti di olio di palma e di cacao. Tutti settori estremamente critici caratterizzati da salari al limite della sopravvivenza, da problemi ambientali di ogni tipo e perfino dalla presenza di lavoro minorile talvolta in schiavitù. Unilever è anche un fornitore importante di prodotti alimentari all'esercito statunitense mentre in vari paesi del mondo è denunciata per atteggiamento antisindacale. Le critiche alle multinazionali potrebbero continuare e non si limitano solo a materie correlate con la produzione, ma sfondano anche nel politico e nel sociale. Ne citiamo tre: l'invasione della politica, l'elusione fiscale e la segretezza, tre tendenze comuni a molte imprese.
Per definizione, democrazia significa comando del popolo, ma nei fatti la democrazia è corrosa dal potere delle imprese che in caso di scelte a loro non gradite possono mettere in atto l'arma del ricatto economico. La massa di denaro manovrata da banche, assicurazioni e fondi pensione è così vasta che, se decidessero di ritirarsi da un paese, potrebbero mettere in ginocchio la sua economia. Ma al di là di questa forma estrema, ci sono altre tre vie chele imprese utilizzano abitualmente
per pilotare la politica. La prima, la più subdola, è il controllo dell'informazione. In Italia su dieci quotidiani nazionali, troviamo che solo due sfuggono al controllo dei poteri economici. Si tratta del Manifesto, che fa capo a una cooperativa, e di Avvenire, che appartiene alla Conferenza episcopale italiana. Tutti gli altri appartengono o a imprese o a ricche famiglie: II Giornale a Berlusconi, La Stampa alla Fiat, La Repubblica a De Benedetti, II Messaggero a Caltagirone, La Nazione a Monti, II Corriere della Sera a una cordata di imprese fra cui spiccano Fiat e Mediobanca, II Sole 24 Ore alla Confindustria, l'Unità a vari imprenditori, il principale dei quali è Renato Soru, fondatore di Tiscali.1
Il secondo canale è la lobby, ossia la pressione su parlamentari, governi e ogni altro tipo di istituzione che prendono decisioni importanti. Ad esempio, è risaputo che a Bruxelles ci sono circa limila rappresentanze di imprese che hanno il solo scopo di mantenere i contatti con la Commissione europea per spingerla ad assumere decisioni gradite al mondo degli affari. Ma probabilmente la storia si ripete a Ginevra, dove ha sede l'Organizzazione mondiale del commercio, a New York dove ha sede l'Onu e in tutte le altre capitali di rilievo. Per di più le multinazionali hanno creato delle associazioni internazionali con compiti di lobby specifiche. Un esempio è la Camera di commercio internazionale (Icc), un'associazione con sede a Parigi, che raggruppa imprese di 130 paesi con lo scopo di promuovere la liberalizzazione del commercio e degli investimenti, mantenendo rapporti con le maggiori organizzazioni internazionali come l'Ornc e l'Onu. Un altro esempio è Ert (European Round Table), un'associazione europea creata per rappresentare gli interessi delle multinazionali presso le istituzioni europee.
Il terzo canale è il finanziamento ai partiti. In democrazia per sedere in Parlamento ci vogliono i voti e per avere i voti bisogna arrivare alla gente con tutti i mezzi possibili: la televisione, i giornali, la pubblicità cittadina. Ma tutti questi strumenti di persuasione costano e alla fine la democrazia si è tra sformata in una questione di soldi. Un tempo i soldi si chiedevano ai militanti, ma piano piano si è preferito battere strade più sbrigative ed oggi succede che i partiti bussano sempre più spesso alle porte delle imprese. Almeno così è negli Stati Uniti e lo sarà sempre più anche qui da noi, via via che si accentuerà lo scollamento tra vertice e base. Morale della favola, la politica la fanno sempre di più le imprese con le loro scelte di finanziamento.
L'invasione della politica da parte delle imprese è un fenomeno che va arrestato perché riduce la democrazia a pura formalità. Per tornare a una vera democrazia bisognerebbe riformare la scuola, disciplinare in maniera seria il conflitto di interessi, regolamentare il possesso di tivù e carta stampata, ridare potere economico alla macchina pubblica. Tutti passi che competono al Governo e al Parlamento, ma qualcosa possiamo farla anche come consumatori. Possiamo escludere dai nostri acquisti le imprese che possiedono giornali e tivù, che finanziano i partiti, che partecipano ad associazioni di lobby politica.
Un altro tema di forte rilevanza sociale è il pagamento delle tasse. Purtroppo in Italia l'evasione fiscale è diventato uno sport nazionale, ma le imprese più grandi possono evadere il fisco in maniera legale attraverso i paradisi fiscali. Una tecnica che gli esperti definiscono elusione fiscale.
I paradisi fiscali sono piccoli territori, a sovranità indipendente, che cercano di richiamare capitali in casa propria concedendo una serie infinita di agevolazioni a chiunque voglia riciclare denaro sporco o desideri sottrarsi agli obblighi fiscali del proprio paese di appartenenza.2 In effetti questi stati applicano tasse molto basse su profitti e rendite, non tassano donazioni e successioni, offrono piena libertà di creare società finanziarie senza obbligo di registrazione, danno possibilità a chiunque di aprire conti cifrati e anonimi o sotto falso nome.
Ovviamente il piccolo artigiano o il lavoratore dipendente non può avvalersi dei paradisi fiscali per sfuggire al fisco, ma chi commercia a livello internazionale lo può fare egregiamente aprendo delle filiali in uno di questi territori. False filiali commerciali che non dispongono di magazzini e che non ricevono mai neanche un bottone, ma a cui si possono intestare fatture e che a loro volta possono emettere fatture congegnate in modo da trattenere i guadagni nel paradiso fiscale ed evitare di pagarci sopra le tasse. Naturalmente i loro ragionieri sanno come usare tutti i trucchi per farla franca e raramente vengono colti con le mani nel sacco come è successo a Calisto Tanzi della Parmalat e a Sergio Cragnotti di Cirio. Una strategia ormai collaudata è il cosiddetto prezzo di trasferimento: le società di un gruppo dichiarano di vendere ad altre società dello stesso gruppo dei beni a un prezzo talora alto, talora basso, ma sempre determinato in modo che i profitti vengano a cadere giusto nel paese in cui l'imposizione fiscale è minore. Magari una partita di giacconi da spedire dalla filiale cinese a quella italiana si fa risultare venduta in prima battuta alla filiale delle Cayman per un prezzo irrisorio; poi questa rifattura alla filiale italiana per un prezzo altissimo. In questo modo la società delle Cayman risulta con un profitto elevato mentre quella italiana con uno marginale.
I paradisi fiscali sono una peste mondiale perché sottraggono risorse agli stati e in un momento in cui i governi tagliano i bilanci sociali per ridurre il debito pubblico, la fuga nei paradisi fiscali è un crimine sociale che i consumatori debbono punire nel loro interesse. Scrive Luciano Gallino sulla Repubblica del 23 agosto 2005: «In Italia le tasse pagate da individui e famiglie rappresentano il 48% delle entrate primarie dello stato; quelle delle imprese il 6%. Dato non sorprendente ove si pensi che secondo i dati della Confartigianato di Mestre, oltre il 48% delle 723mila società di capitali hanno dichiarato nel 2001 un reddito negativo o pari a zero. (...) Già qualche anno fa la società di revisione Deloitte & Touche stimava che lo schivamento delle tasse fosse dell'ordine di 140 miliardi di euro l'anno, è in cifre di questo genere che andrebbero cercate alcune ragioni dei deficit dei bilanci pubblici che costringono in molti paesi a ridurre prestazioni sanitarie e servizi scolastici, insegnamento e ricerca universitaria, trasporti collettivi e pensioni, indennità di disoccupazione e protezione sociale per le famiglie».3
L'Italia ha un debito pubblico enorme che corrode le entrate fiscali nell'ordine di 70 miliardi di euro all'anno solo per interessi. Il debito condiziona le scelte di tutti i governi e nel tentativo di ridurlo tutti i governi chiedono ai cittadini di versare lacrime e sangue attraverso nuovi balzelli e soprattutto attraverso la riduzione delle spese. Così peggiorano la sanità, la pubblica istruzione, i trasporti. Che in questa situazione venga concesso alle grandi imprese di evadere legalmente le tasse è uno scandalo che mette a nudo la subalternità della politica agli interessi padronali. Di questo dobbiamo ricordarcene quando ci troviamo nel seggio elettorale, ma in attesa che la politica riassuma la sua autonomia e ridiventi capace di tassare la ricchezza dove si trova, dobbiamo cercare anche noi di fare la nostra parte escludendo dalla nostra spesa le imprese che dispongono di filiali nei paradisi fiscali È ora che impariamo davvero a fare i nostri interessi!
Infine ci pare importante concentrarci sulla trasparenza. Secondo il premio Nobel Miltoa Friedman e altri liberisti integrali, le imprese appartengono agli azionisti ed è a loro che devono rispondere. Ma perfino certi imprenditori contestano questa posizione e affermano chele imprese devono confrontarsi con tutti coloro che subiscono le conseguenze delle loro scelte: i lavoratori, le comunità locali, le istituzioni.
Il diritto a sapere ci compete anche come consumatori perché abbiamo un ruolo che è quasi di soci in affari.
È vero che non partecipiamo ai profitti, ma è altrettanto vero che le imprese non potrebbero vivere senza di noi.
Per questo portiamo la responsabilità delle loro scelte e abbiamo l'obbligo politico, prima ancora che morale, di selezionare le imprese in base ai loro comportamenti. Ecco l'importanza del consumo critico che è possibile solo se abbiamo le informazioni. Per questo la trasparenza assume un ruolo centrale ed il primo aspetto a cui dobbiamo badare quando ci avviciniamo alle imprese è la disponibilità a fornire informazioni su sé stesse.
In Italia la legge è ancora concepita sulla logica di Friedman e l'unico obbligo imposto alle imprese è la pubblicazione del bilancio economico ad uso e consumo degli azionisti. Ma noi dobbiamo pretendere la pubblicazione del bilancio sociale e ambientale, non come strumento per mettere in mostra le buone azioni compiute dalle imprese, ma per fornire un quadro completo delle loro scelte sociali, ambientali e politiche. Un documento che dia una buona descrizione della filiera produttiva, che fornisca la lista dei fornitori e subfornitori, che affronti i problemi aperti con i lavoratori, che indichi gli aspetti ambientali ancora da risolvere, che elenchi le partecipazioni possedute in altre società, che autodenunci la presenza nei paradisi fiscali, che riveli le connessioni con le armi e gli eserciti.
Dopo anni di pressione da parte dei consumatori e della società civile, qualche risultato si comincia a vedere: molte imprese pubblicano su internet i propri bilanci economici dai quali si possono ottenere informazioni sulla dimensione, la struttura, la proprietà. Altre, come Nike, stanno cominciando anche a pubblicare bilanci sociali e ambientali con la lista completa dei propri fornitori e i risultati delle ispezioni di fabbrica.
La dimostrazione concreta di quanto sia importante farci sentire.




