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Consuma corto e naturale

Come consumatori ci troviamo nella parte finale della filiera e di conseguenza la nostra sensibilità al tema dei rifiuti li ri­guarda principalmente nella forma di prodotti consumati. Ma la maggior parte di essi si producono mentre gli oggetti sono ancora in fase di costruzione, ben lontani dal consumo.

Il Millennium Ecosystem Assessment - il rapporto di valutazione dell'ecosistema voluto nel 2000 dal segretario dell'Onu Kofi Annan e diffuso dopo quattro anni di lavoro di 1360 esperti della Fao e del Wwf nel marzo 2005 - dimostra che fra le cause principali di inquinamento e distruzione di ecosistemi e biodi­versità c'è la produzione di cibo. Uno dei fattori d'inquinamen­to è il trasporto dei prodotti alimentari da un capo all'altro del mondo e proprio per attirare l'attenzione sull’inquinamento e lo spreco d'energia che si cela dietro ai chilometri percorsi dal nostro cibo, nel 1992 il ricercatore inglese Tini Lang ha coniato l'espressione «food miles».

Nel mercato globalizzato il cibo non conosce più confini. Viaggia da un punto all'altro del pianeta come se fosse su una giostra in perenne movimento. Nei supermercati ci sono le fra-gole del Sudafrica anche quando i campi sono coperti di neve, i fagiolini dal Burkina Faso anche quando la nostra terra è in­durita dal gelo, le pesche del Cile anche quando i nostri peschi sono ancora in fiore. È la vittoria sulle stagioni che la modernità ci presenta come un'ulteriore conquista di libertà.
Ma siamo certi di guadagnarci?
Vari studi hanno dimostrato che la na­tura si è organizzata per offrirci in ogni stagione la frutta e la verdura con i nutrienti più appropriati ai bisogni del momento. I pomodori, ad esempio, sono ricchi di carotene, una sostan­za importante per la pelle, di cui abbiamo particolare bisogno d'estate quando ci esponiamo maggiormente al sole, non d'inverno quando ogni centimetro quadrato di pelle è sotto un ab­bondante strato di vestiti.

PIÙ ABBONDANTE, PIÙ POVERO

Oggi gli agricoltori possono ottenere raccolti doppi o tripli rispetto a cinquant’anni fa, ma la qualità nutrizionale di molti prodotti è diminu­ita; queste sono le conclusioni di un rapporto pubblicato da Organic Centre che ha sede in Boulder, Stati Uniti. Oggi il cibo contiene dal 10 al 25% in meno di ferro, zinco, proteine, calcio, vitamine, rispet­to ai valori tradizionali. Le ricerche condotte su 63 varietà di grano coltivate fra il 1842 e il 2003 hanno evidenziato una perdita di ferro dell'11%, di rame del 16%, di zinco del 25% e di selenio del 50% «Cibi più calorici, ma meno ricchi, associati a scarsa varietà, contri­buiscono enormemente all'obesità e al diabete» ha affermato Char­les Benbrook, direttore dell'Organic Centre. Le piante coltivate con metodi che puntano ad ottenere alte produzioni tendono a disporre di meno energia per altre attività come il radicamento in profondità delle radici e la sintesi di sostanze fitochimiche, come gli antiossidanti, benefiche per la nostra salute. I metodi utilizzati dall'agricoltura indu­striale, come la semina fitta e l'impiego di fertilizzanti chimici, induco­no le piante a radicare poco e assorbire meno sostanze dal terreno. Al contrario l'agricoltura tradizionale, basata sui metodi naturali, stimola le piante a dotarsi di un apparato radicale robusto che assorbe molto; di conseguenza danno frutti con concentrazioni più elevate di sostan­ze fitochimiche. Di media, il cibo ottenuto con metodi naturali ha il 20% in più di minerali e il 30% in più di antiossidanti. (World Watch, gennaio 2008)

Va anche considerato che, per superare le prove imposte dal viaggio e mantenere un bell'aspetto anche a distanza di setti­mane, i prodotti hanno bisogno di essere raccolti quando sono ancora acerbi e devono subire trattamenti con antiparassitari, antibiotici e antimicotici per evitare processi di deterioramento. Infine per ottenere un'uniformità di matura2Ìone, vengono sottoposti a trattamento in stanze sature di etilene.1 In conclusione i vegetali puliti, perfetti e belli non sempre sono ricchi di vitamine e sali minerali, e spesso possono presentare dei residui di prodotti chimici non ancora degradati.

Ai danni potenziali per la nostra salute vanno aggiunti quelli al pianeta sotto forma di consumo di energia e di emissione di anidride carbonica. Ad ogni kg di ciliege fatto arrivare dall'Argentina, via aerea, corrisponde un consumo di 2,61 di cherosene e una produzione di 6,5 kg di anidride carbonica.2 Un vero assurdo non solo da un punto di vista ambientale ma anche energetico perché si bruciano 53 calorie fossili per disporre di una caloria vegetale.

Delle varie modalità di trasporto la più inquinante è l'aereo che produce 582 g di anidride carbonica per ogni t/km di mercé trasportata. Il trasporto via mare, invece, produce 13 g di anidride carbonica per t/km, ma andrebbe aggiunto l'impatto dell'energia usata per la refrigerazione.

 

LA PRODUZIONE DI ANIDRIDE CARBONICA PER MEZZO DI TRASPORTO
(g di CO2 per il trasporto di una t/km)


Cargo aereo: 582

Camion: 92
Treno: 23
Container via nave: 13

L'approvvigionamento dall'estero si è sviluppato a dismi­sura non solo perché sono diminuiti i costi di trasporto, sono migliorate le tecniche d'imballaggio e sono diventate più faci­li le comunicazioni, ma anche perché i supermercati sono alla ricerca costante d'ingenti quantità di prodotti a basso costo. Inevitabilmente si sono indirizzati verso l'Africa, l'America Latina e l'Europa dell'Est dove i salari sono talmente bassi da compensare i costi di trasporto. Al solito è il trionfo della logica monetaria, la stessa che sta spingendo i supermercati a scel­te organizzative che spesso allungano il percorso delle merci interne. Una formula organizzativa che va per la maggiore è la piattaforma distributiva, un grande centro di raccolta dove sono convogliati tutti i prodotti, che poi sono smistati ai singoli supermercati. Così può succedere che un supermercato di Forlì venda pesche prodotte appena fuori città che hanno transitato per Piacenza. Oppure che i supermercati di Palermo vendano pomodori siciliani ottenuti tramite la piattaforma di Napoli. Ottocento km percorsi inutilmente, solo per non turbare l'as­setto organizzativo della catena distributiva.

Defra, l'autorità britannica che ha fatto uno studio approfondito sulle foodmiles, puntualizza che il viaggio del cibo non Imisce al supermercato, ma nelle nostre case e che a seconda del mezzo utilizzato per recarci in negozio, possiamo fare cre­scere ulteriormente il carico di energia e di anidride carbonica del nostro cibo. Dalla ricerca emerge che gli inglesi percorrono in automobile 898 miglia a persona all'anno per fare shopping, il 55% dei quali solo per il cibo. La conclusione è che il 13% di tutta l'anidride carbonica prodotta in Inghilterra per trasporta­re il cibo è emessa nel tratto fra supermercato e casa.

Chiunque abbia a cuore le sorti del pianeta e dell'umanità, è dell'opinione che dobbiamo tornare alle filiere corte, ossia a un consumo quanto più vicino possibile alla produzione. In altre parole bisogna passare dal globale al locale, ma anche dal­l'agricoltura industriale a quella biologica.

Nel nostro delirio economicista abbiamo preteso dalla natu­ra produzioni più elevate di quelle che normalmente è capace di dare e per riuscirci abbiamo aggredito i terreni con poten­ti aratri, abbiamo cosparso i suoli con fertilizzanti ed erbicidi, abbiamo affogato le coltivazioni negli antiparassitari, abbiamo abbandonato le rotazioni, abbiamo sposato la monocultura. E il risultato c'è stato: tra il 1950 e il 2000 la produzione mondia­le di cereali è triplicata, ben oltre le esigenze alimentari della popolazione mondiale.Tant'è che per consumare tutta la pro­duzione si è potenziata l'industria dell'allevamento. In conclu­sione, il 36% di tutti i cereali prodotti nel mondo è dato in pasto agli animali in modo da ottenerne in cambio delle protei­ne; ma si tratta di un cambio sfavorevole, perché ci vogliono 7 calorie vegetali per ottenere una caloria sotto forma di carne. Così mentre i nutrizionisti ci dicono che troppa carne fa male, continuiamo a violentare la natura per alimentare un circuito perverso. Prima di tutto da un punto di vista energetico. Som­mando tutta l'energia utilizzata (processi di produzione delle sostanze chimiche e carburante per i mezzi meccanici) si scopre che in media l'agricoltura industriale impiega 3 kcal di energia fossile per produrre 1 kcal sotto forma di cibo. Qualcosa come 4400 kg/ha all'anno di anidride carbonica, ben sapendo che il danno ambientale è molto più vasto: rischio di contamina­zione delle falde acquifere da parte di fertilizzanti ed erbicidi; sterminio di molte varietà di insetti benefici e contemporanea insorgenza di resistenze ai pesticidi da parte di agenti patogeni che spingono le multinazionali dell'agroindustria a introdurre sementi geneticamente modificate; accumulo di sostanze chi-miche negli alimenti che possono danneggiare i consumatori. E per finire l'impoverimento dei suoli dovuto all'eccesso di aratura, all'abbandono delle rotazioni e all'uso massiccio dei prodotti chimici. L'agricoltura industriale preferisce i fertiliz­zanti chimici al concime naturale perché ottiene risultati più rapidi, ma dimentica che la sostanza organica è fondamentale per garantire al terreno una struttura equilibrata che fra l'altro protegge dai rischi di erosione dovuti al vento e alla pioggia. Si stima che nell'ultimo mezzo secolo sì siano persi 760 milioni di t di humus all'anno a causa della gestione errata dei terreni.

L'unico modo per invertire la rotta è il ritorno a un'agri­coltura integrata nel proprio clima e nel proprio territorio. Un'agricoltura che rimette al centro i cicli naturali delle piante, la stagionalità dei prodotti, il sapere contadino, con scelte dettate non dalla logica dell'efficienza monetaria, ma dal senso di responsabilità verso la natura e i consumatori.

Un metodo di coltivazione che va in questa direzione è l'agricoltura biologica i cui vantaggi si avvertono già in ambito energetico. Una ricerca condotta in Germania nella regione ba­varese di Allgau ha evidenziato che il latte ottenuto in maniera intensiva utilizza annualmente un flusso energetico pari a 19,1 GJ/ha (ossia 2,7 GJ/t di latte) mentre quello biologico 5,9 GJ/ ha (ossia 1,2 GJ/t di latte). Quanto all'anidride carbonica, il sistema intensivo ne produce 9,4 t/ha all'anno, quello biologi­co 6,3 t. Un altro studio condotto negli Usa, ha mostrato che l'agricoltura biologica produce la stessa quantità di mais con un impiego di energia inferiore del 30-50%.

Il metodo di coltivazione biologica è disciplinato da una di­rettiva emanata nel 2007 dall'Unione europea. Nel regolamento sono descritti gli obiettivi dell'agricoltura biologica (ripristino degli ecosistemi, riduzione dell'impatto ambientale, maggiore salubrità del prodotto), i prodotti vietati (fertilizzanti fungici­di e insetticidi di sintesi) e quelli consentiti (prodotti organici come il letame o minerali come rame, zolfo).
È anche vietato un utilizzo di sementi geneticamente modificate.

Il riconoscimento di prodotto ottenuto da agricoltura biolo­gica si può avere solo dopo che si è ottenuta la certificazione m osservanza al regolamento comunitario che disciplina tale metodo di produzione.

Anche in Italia, come nel resto dell'Unione europea la cer­tificazione è rilasciata da Organismi di controllo (Ode) privati abilitati dal Ministero dell'agricoltura. L'agricoltore che vuo­le ottenere la certificazione di agricoltura biologica deve fare opportuna richiesta di assoggettamento ad un Ode prescelto i tecnici ispettori, in cambio di un onorario fissato dall'Ode provvedono al controllo.

La prima fase consiste nell'analizzare le caratteristiche pedoclimatiche, lo stato fitosanitario e agroecologico dell'azien­da. A partire dalla notifica della domanda, fino all'avvenuta certificazione, dovranno passare tre anni perle colture arboree e due per le erbacee. Tale periodo, necessario alla coltura per disintossicarsi e per ristabilire l'equilibrio agroecologico, pren­de il nome di periodo di conversione.

Gli ispettori dell'Ode provvedono a effettuare controlli pe­riodici al fine di verificare il rispetto del disciplinare di produ­zione, almeno uno all'anno.

La normativa prevede che sull'etichette dei prodotti ottenuti da agricoltura biologica siano riportate le seguenti indicazioni: il nome dell'organismo di controllo autorizzato e il suo codi­ce preceduto dalla sigla IT;

-   il codice dell'azienda controllata;

-   il numero di autorizzazione (sia per i prodotti agricoli freschi che trasformati).

L'Unione europea ha anche approntato l'euro foglia, il logo da esibire obbligatoriamente dal 1° luglio 2010.


Uno dei punti deboli della certificazione biologica, come di molte altre certificazioni, è che il produttore sceglie lui stesso l'ente certificatore, col quale intrattiene un contatto costante per l'assistenza e la consulenza. Dato che gli Ode sono organismi privati che hanno interesse a non perdere i loro clienti, può ca­pitare che per rimanere sul mercato attuino dei controlli meno rigorosi o abbassino le loro parcelle riducendo parallelamente anche il numero di esami. Qualcuno lamenta anche il fatto che molte aziende biologiche tendono a limitarsi ai minimi di legge, senza impegnarsi nella sperimentazione di tutte quelle pratiche di consociazione, avvicendamenti, uso di sementi locali, messa a dimora di siepi e filari alberati che un tempo erano alla base dell'agricoltura naturale.

 

Un modo per conoscere di persona il comportamento dei produttori, e nel contempo privilegiare i prodotti locali, è l'adesione a un gruppo di acquisto solidale, in sigla Gas, che consiste nell'associazione di più famiglie che si organizzano per effettuare acquisti in comune, non nei magazzini all'ingrosso, ma presso i produttori della propria zona.

Il primo Gas è sorto nel 1994 a Fidenza, una cittadina nel Nord dell'Italia, per iniziativa di alcune famiglie, critiche verso il consumismo, lo spreco, la devastazione dell'ambiente, il poco rispetto per le persone. Sapevano di non avere la forza per fare cambiare il sistema, ma erano altrettanto convinte che la coe­renza può essere un grande motore per il cambiamento. Pen­sando al cibo, venne spontanea la scelta biologica, per mante­nersi in salute e sostenere un'agricoltura rispettosa della natura. Il primo istinto fu di rifornirsi dai negozi biologici, ma i prezzi erano alti e non tutti potevano permetterseli. Allora qualcuno fece notare che in zona esistevano dei produttori biologici e che si poteva risparmiare comprando direttamente da loro con ordinazioni collettive. I produttori contattati si dimostrarono interessati e l'iniziativa prese il via in maniera molto spontanea. A rotazione ognuno svolgeva un compito: chi raccoglieva gli ordini, chi ritirava la mercé presso i produttori, chi metteva a disposizione la propria casa per l'immagazzinamento momen­taneo, chi raccoglieva i pagamenti. Tutto in forma rigorosamen­te gratuita. Per questo il gruppo è definito solidale.

Dopo un decennio di radicamento, c'è stato un boom imo a contarne più di 700 nel 2011, che fanno parlare di sé non solo per la formula commerciale originale, ma anche per il rapporto nuovo con i fornitori. Non di rado gli aderenti ai gruppi di acquisto rendono visita ai produttori, s'interessano ai loro problemi, discutono le tecniche produttive, si confron­tano sulle visioni della vita. In altre parole instaurano un rap­porto di amicizia che sfocia in più trasparenza, più etica della produzione e, a volte, in forme di collaborazione originali. Ad esempio può succedere che nei momenti di maggior lavoro, i produttori chiedano ai membri del Gas di dare una mano nelle attività più semplici, in cambio di prodotti gratuiti o di sconti sui prezzi.

Oggi i Gas hanno anche un riconoscimento di legge. L'arti­colo 1, comma 266 della legge 24.12.2007 n. 244, recita: «Sono definiti "gruppi di acquisto solidale" i soggetti associativi senza scopo di lucro costituiti al fine di svolgere attività di acquisto collettivo di beni e di distribuzione dei medesimi, senza ap­plicazione di alcun ricarico, esclusivamente agli aderenti, con finalità etiche, di solidarietà sociale e di sostenibilità ambientale in diretta attuazione degli scopi istituzionali e con esclusione di attività di somministrazione e vendita. Le attività svolte dai sog­getti di cui al comma 266, limitatamente a quelle rivolte verso gli aderenti non si considerano commerciali ai fini dell appli­cazione del regime di imposta di cui al Dpr 26 ottobre 1972 n. 633».

Anche a livello regionale sono stati adottati dei provvedi­menti legislativi a favore dei Gas. Un esempio è la legge appro­vata il 10 febbraio 2011 dalla Regione Umbria, che ha per titolo «Norme per il sostegno dei gruppi d'acquisto solidale e popo­lare (Gasp) e per la promozione dei prodotti agroalimentari a chilometri zero, da filiera corta e di qualità».

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